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Continuano ad arrivare i vostri commenti pieni di complimenti, vi ringrazio davvero :)))) per evitare di chiamare questa pagina "Pagina dei Complimenti" ho però deciso di non pubblicarli più per dare spazio a commenti veri di carattere più tecnico come quello che segue che purtroppo risale a qualche tempo fa ma che sono riuscito a pubblicare per una serie di irrinunciabili impegni solo ora:
Ciao e......
complimenti per il tuo sito. Personalmente sono molto vicino alle idee che hai esposto anche se non completamente. Riguardo al set-up anch'io adopero sul tenore (il mio strumento preferito) un Otto Link Hard Rubber 8* con ance Rico 2 1/2, ma il problema non è questo. Finalmente ho trovato qualcuno, in questo caso tu, che sostiene insieme a me (anche se non ho alcun sito) le mie tesi ossia che la Musica è la lingua e che il Jazz, prima di qualsiasi altra cosa, è un linguaggio, un dialetto musicale. Quindi per poter parlare questo linguaggio, bisogna assimilarlo stando insieme a chi lo parla attraverso l'ascolto. Questo è indipendente secondo me dai contenuti. Si può fare jazz anche dicendo poche cose, se uno ha da dirne poche. Se poi ha da dirne tante, come nel caso tuo, evidentemente ha bisogno di essere soccorso da una tecnica strumentale molto più evoluta. Mi sembra quindi che si debba ritornare al vecchio corretto rapporto tra forma e contenuto, anche se ormai negletto. L'importante è trasmettere i propri pensieri musicali. Se uno ha da dire poco, non ha bisogno di una grande tecnica strumentale. Il contrario, se ha da dire molto. Quindi i patterns, secondo me andrebbero ignorati, perchè vogliono lasciar intendere all'ascoltatore di più di ciò che uno vuole trasmettere.
...
Saluti. Paolo M.
Caro Paolo, ci sono fior fiore di studiosi che hanno parlato nei loro libri del rapporto esistente tra musica e linguaggio. In altre parole non ci siamo inventati nulla però c'è una cosa che secondo me non è da sottovalutare ovvero il fatto che le mie e credo anche le tue considerazioni sono nate non dalla lettura dei libri ma da esperienze autonome fatte sul campo. Del resto io non sono certo un musicologo ed il mio interesse verso questo tipo di studi è stato dettato più dalla necessità e dalla voglia di approfondire determinate tematiche a mio parere importantissime piuttosto che da esigenze di diversa natura. Concordo pienamente con te quando affermi che l'esperienza jazzistica va vissuta fino in fondo. E' il solo modo che abbiamo per assimilare il linguaggio. Sulla seconda parte invece mi trovi meno d'accordo e cercherò di spiegare perchè. Anche quando si dicono poche cose ovvero quando si affronta più in generale il discorso molto più ampio dell'estetica musicale, quelle poche cose vanno dette nella maniera giusta e la tecnica intesa come padronanza del mezzo espressivo aiuta moltissimo anzi secondo me è qualcosa di determinante. Tecnica intesa non solo come "conoscenza della grammatica" quanto come piena consapevolezza dei propri mezzi espressivi. Faccio un esempio banale ma non troppo: supportare con la giusta pressione anche solo una nota è comunque una questione di tecnica. Non è il numero di note al secondo che contano come giustamente fai osservare ma come si suonano quelle note poche o molte che siano. Parlo di tecnica poichè studiare i patterns viene spesso identificato come sterile esercizio tecnico. Addirittura c'è chi demonizza questa pratica. Per quanto mi riguarda studiare i patterns è solo una metodologia come un'altra che se usata in maniera intelligente come tutte le cose può portare a dei risultati buoni ma se affrontata in maniera sbagliata può portare a risultati disastrosi. E' un modo come un altro per crearsi delle basi che poi vanno intelligentemente e non passivamente contestualizzate. Ora dirò cose molto scontate: se io baso tutta la mia improvvisazione su successioni di patterns allora commetto un grosso errore, al tempo stesso è pur vero che se non mi costruisco un solido vocabolario poi diventa difficile esprimere le mie idee. Con questo non voglio affermare che bisogna assolutamente suonare i patterns, ci mancherebbe altro. Ci sono difatti 1000 modi per arrivare ad un risultato prefissato, i patterns rappresentano una delle possibili strade. Io ho cercato di proporre una metodologia di studio che parte dall'ascolto, passa per la trascrizione, l'assimilazione per imitazione e sfocia poi in un impiego creativo del materiale. Insomma il ruolo dello studente non è certo un ruolo passivo del tipo: "prendi il libro dei patterns e suona" cosa che purtroppo è accaduta e continua ad accadere. Questi atteggiamenti a mio parere sbagliati non hanno fatto altro che alimentare dei pregiudizi nei confronti di una semplice pratica musicale che se ben utilizzata può solo portare grandi benefici.
Un saluto,
Daniele